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il sogno contro l'arte di regime

L'11 luglio a Borgio Verezzi debutta la versione teatrale di "La storia di Onehand Jack", affidata a Giorgio Gallione. Protagonista Ugo Dighero

RODOLFO DI GIAMMARCO


ROMA - Il circo e la scena hanno preso a dialogare fitto fitto. La poesia dei numeri da tendone alimenta da qualche anno i linguaggi insoliti del teatro delle nuove tendenze. Tredici fra attori, funamboli, danzatori, giocolieri e artisti di strada sono impegnati negli ultimi giorni di prove d'uno spettacolo firmato da Stefano Benni, La storia di Onehand Jack, messinscena di Giorgio Gallione con protagonista Ugo Dighero, lavoro prodotto dal Teatro dell'Archivolto in collaborazione con la Biennale Teatro di Venezia. La prima dello spettacolo è fissata l'11 luglio al Festival di Borgio Verezzi.
L'Archivolto ha già portato in palcoscenico adattamenti o testi di Benni come "Il bar sotto il mare", "Amlieto" e "Pinocchia", ma stavolta la vena comicoetica dello scrittore ha per spunto particolare un virtuosismo circense proprio in tema con l'arte dei sogni, con una cultura senza rete e senza canoni. Rielaborata dallo stesso Gallione, la vicenda di Onehand Jack è la parabola divertente e paradossale di un uomo con un braccio solo che grazie ai poteri soprannaturali a lui conferiti da un'entità stregonesca, Manitù Mingus, diventa un grande del contrabbasso. Lo spettacolo che ne sta venendo fuori è una Babele avventurosa di gangster, dark lady e mafiosi da operetta, visto che Jack dovrà sconfiggere un boss (Big Ommommè Joe, 100 chili di violenza, cicatrici di ordinanza e tre pistole) e i suoi scagnozzi, per poi far coppia con la cantante cieca Sweet Misery e dar vita a clowneschi duetti comicomusicali in una città battezzata Puttana, fatta di contraddizioni, bassifondi e grattacieli, di mitra e sassofoni.
Benni, oltre che come autore teatrale lei qui viene trascinato nel gioco come simpatizzante della cultura del circo, librettista, poeta jazz...
«E pensare che tutto ha origine da un bis. Alla fine del mio "Blues in 16", componimento serio, io ramazzavo per un quarto d'ora nelle poesie e nei pezzi da locale notturno cercando di risarcire con un po' di follia gli spettatori che erano stati attenti fin lì. Perciò i brani e i blues conclusivi su Onehand Jack erano piuttosto ballate da night».
Adesso Giorgio Gallione vi ha impresso più decisamente un marchio di metafora da pista, da cono di luce felliniano...
«L'accostamento fila. Il circo ha resistito a lungo al business, è stato un'isola anarchica finché col tempo ha ceduto qualcosa alla modernità. Ma è sempre rimasto un mondo abbastanza separato, un mondo analogo a quello del jazz da locale, dove si fa musica per cultori malati. E direi che gli adulti (più dei bambini) si scoprono sempre nascostamente malati per i numeri equestri, per le meraviglie, per gli exploit».
In questo suo apologo che ora ha la struttura d'uno spettacolo circolano ben contrapposte figure di buoni e di cattivi. La scrittura scenica è sempre un riflesso più o meno deformato della realtà?
«È fisiologico che sia così. E aggiungo che gli scrittori e gli artisti sono fortunati soprattutto alla luce dei fatti più recenti. Le appartenenze alle squadre sono più limpide. O si è in un modo o si è in un altro. Da una parte c'è la centralità dell'affarismo, e all'opposto c'è chi si tiene lontano dal potere (non dico lontano dalla comunicazione, dal successo o dai guadagni leciti), ossia chi semplicemente non è complice con l'arte di regime. E in quest'ultima area di pensiero ci sta bene il ritorno alla poesia, all'atmosfera dei circhi piccolissimi, zingareschi».
Il fatto che Jack qui abbia un braccio solo ricorda l'arte e l'estetica dei freak...
«Francamente non è un'estetica che m'interessi molto. Non m'ispiro a Ted Browning, né ai casi bizzarri delle donnecannone. Semmai, mi viene da ragionare di più su certi lati delle sofferenze. Mi piace pensare a uno che ha l'uso di un'unica mano e però ce la mette tutta, abbatte gli ostacoli. Confesso che ho dato carta bianca a Gallione, e ammetto che non conosco il risultato finale. Ma sto tranquillo perché lui conosce le mie idee, e io conosco i suoi linguaggi».
C'è ancora spazio per i buffoni, nella scena dei nostri giorni?
«Il buffoneclown originario, quello del circo, è geniale in quanto muto, somiglia alle figure dei cartoni animati, e io sono invece un autore legato molto alle parole. Qui ritraggo comunque figure che hanno un grande cuore. Lo stesso nome della città in cui si svolge la storia, Puttana, starebbe a indicare una categoria di persone che malgrado le apparenze ha un'anima e una dignità, senonché di fatto certe metropoli non ce l'hanno per niente, un cuore».
A quali città si riferisce?
«A città del nord che si venderebbero a qualsiasi padrone».
Questo spettacolo decreta la scomparsa dello Stefano Benni concertatore e performer?
«Assolutamente no. Di Onehand Jack continueranno a vivere due versioni, quella mia personale formato pocket, e quella con nani e ballerine. Intendiamoci. Io adoro nani e ballerine».


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